ucri,
glorïoso trofeo, la tua consorte.
Putride intanto nell'iliaca terra
l'ossa tue giaceran, senz'aver dato
fine all'impresa, e il tumulo del mio
prode fratello un qualche Teucro altero
calpestando, dirà: Possa i suoi sdegni
satisfar così sempre Agamennóne,
siccome or fece, senza pro guidando
l'argoliche falangi a questo lido,
d'onde scornato su le vote navi
alla patria tornò, qui derelitto
l'illustre Menelao. Sì fia ch'ei dica;
e allor mi s'apra sotto i piè la terra.
Ti conforta, rispose il biondo Atride,
né co' lamenti spaventar gli Achivi.
In mortal parte non ferì l'acuto
dardo: di sopra il ricamato cinto
mi difese, e di sotto la corazza
e questa fascia che di ferrea lama
buon fabbro foderò. - Sì voglia il cielo,
diletto Menelao, l'altro riprese.
Intanto tratterà medica mano
la tua ferita, e farmaco porravvi
atto a lenire ogni dolor. - Si volse
all'araldo, ciò detto, e, Va, soggiunse,
vola, o Taltibio, e fa che ratto il figlio
d'Esculapio, divin medicatore,
Macaon qua ne vegna, e degli Achei
al forte duce Menelao soccorra,
cui di freccia ferì qualche troiano
o licio saettier che sé di gloria,
noi di lutto coprì. - Disse, e l'araldo
tra le falangi achee corse veloce
in traccia dell'eroe. Ritto lo vide
fra lo stuolo de' prodi che da Tricca
altrice di corsier l'avea seguìto:
appressossi, e con rapide parole,
Vien, gli disse, t'affretta, o Macaone;
Agamennón ti chiama: il valoroso
Menelao fu di stral colto da qualche
licio arciero o troiano che superbo
va del nostro dolor. Corri, e lo sana.
Al tristo annunzio si commosse il figlio
d'Esculapio; e veloci attraversando
il largo campo acheo, fur tosto al loco
ove al ferito dëiforme Atride
facean cerchio i migliori. Incontanente
dal balteo estrasse Macaon lo strale,
di cui curvârsi nell'uscir gli acuti
ami: disciolse ei quindi il vergolato
cinto e il torace colla ferrea fascia
sovrapposta; e scoperta la ferita,
succhionne il sangue, e destro la cosparse
dei lenitivi farmaci che al padre,
d'amor pegno, insegnati avea Chirone.
Mentre questi alla cura intenti sono
del bellicoso Atride, ecco i Troiani
marciar di nuovo con gli scudi al petto,
e di nuovo gli Achei l'armi vestire
di battaglia bramosi. Allor vedevi
non assonnarsi, non dubbiar, né pugna
schivar l'illustre Agamennón; ma ratto
volar nel campo della gloria. Il carro
e i fervidi destrier tratti in disparte
lascia all'auriga Eurimedonte, figlio
del Piraìde Tolomèo; gl'impone
di seguirlo vicin, mentre pel campo
ordinando le turbe egli s'aggira,
onde accorrergli pronto ove stanchezza
gli occupasse le membra. Egli pedone
scorre intanto le file, e quanti all'armi
affrettarsi ne vede, ei colla voce
fortemente gl'incuora, e grida: Argivi,
niun rallenti le forze: il giusto Giove
bugiardi non aiuta: chi primiero
l'accordo vïolò, pasto vedrassi
di voraci avoltoi, mentre captive
le dilette lor mogli in un co' figli
noi nosco condurremo, Ilio distrutto.
Quanti poi ne scorgea ritrosi e schivi
della battaglia, con irati accenti
li rabbuffando, O Argivi, egli dicea,
o guerrier da balestra, o vitupèri!
Non vi prende vergogna? A che vi state
istupiditi come zebe, a cui,
dopo scorso un gran campo, la stanchezza
ruba il piede e la lena? E voi del pari
allibiti al pugnar vi sottraete.
Aspettate voi forse che il nemico
alla spiaggia s'accosti ove ritratte
e le navi assalir. Giove co' lampi
del suo favor gli affida; Ettore i truci
occhi volgendo d'ogni parte, e molto
delle sue forze altero e del suo Giove,
terribilmente infuria, e non rispetta
né mortali né Dei (tanto gl'invade
furor la mente), e della nuova aurora
già le tardanze accusa, e freme, e giura
di venirne a schiantar di propria mano
delle navi gli aplustri, ed a scagliarvi
dentro le fiamme, e incenerirle tutte,
e tutti tra le vampe istupiditi
ancidere gli Achivi. Or io di forte
timor la mente contristar mi sento,
che le costui minacce avversi numi
non mandino ad effetto, e che non sia
delle Parche decreto il dover noi
lungi d'Argo perir su queste rive.
Ma tu deh! sorgi, e benché tardi, accorri
a preservar dall'inimico assalto
i desolati Achei. Se gli abbandoni,
alto cordoglio un dì n'avrai, né al danno
troverai più riparo. A tempo adunque
l'antivieni prudente, ed allontana
dall'argolica gente il giorno estremo.
Ricòrdati, mio caro, i saggi avvisi
del tuo padre Pelèo, quando di Ftia
invïotti all'Atride. Amato figlio,
(il buon vecchio dicea) Minerva e Giuno,
se fia lor grado, ti daran fortezza;
ma tu nel petto il cor superbo affrena,
ché cor più bello è il mansueto; e tienti
(onde più sempre e giovani e canuti
t'onorino gli Achei), tienti remoto
dalla feconda d'ogni mal Contesa.
Questi del veglio i bei ricordi fûro:
tu gli obblïasti. Ten sovvenga adesso,
e la trista una volta ira deponi.
Ti sarà, se lo fai, largo di cari
doni l'Atride. Nella tenda ei dianzi
l'impromessa ne fece: odili tutti.
Sette tripodi intatti, e dieci d'oro
talenti, e venti splendidi lebeti;
dodici velocissimi destrieri
usi nel corso a riportarne i primi
premii, e già tanti n'acquistâr, che brama
più di ricchezze non avrìa chi tutti
li possedesse. Ti largisce inoltre
sette d'alma beltà lesbie donzelle
d'ago esperte e di spola, e da lui stesso
per lor suprema leggiadrìa trascelte
il dì che Lesbo tu espugnavi. A queste
la figlia aggiunge di Brisèo, giurando
che intatta, o prence, la ti rende. E tutte
pronte son queste cose. Ove poi Troia
ne sia dato atterrar, tu primo andrai,
nel partir della preda, a ricolmarti
d'oro e di bronzo i tuoi navigli, e dieci
captive e dieci ti scerrai tenute
dopo l'Argiva Elèna le più belle.
Di più: se d'Argo rivedrem le rive,
tu genero sarai del grande Atride,
e in onoranza e nella copia accolto
d'ogni cara dovizia al par del suo
unico Oreste. Delle tre che il fanno
beato genitor alme fanciulle,
Crisotemi, Laòdice, Ifianassa,
prendi quale vorrai senza dotarla.
Doteralla lo stesso Agamennóne
di tanta dote e tal, ch'altra giammai
regal donzella la simìl non s'ebbe;
sette città, Cardamile ed Enòpe,
Ira, Pedaso, Antèa, Fere ed Epèa,
tutte belle marittime contrade
verso il pilio confin, tutte frequenti
d'abitatori, a cui di molte mandre
s'alza il muggito, e che di bei tributi
t'onoreranno al par d'un Dio. Ciò tutto
daratti Atride, se lo sdegno acqueti.
Ché se lui sempre e i suoi presenti abborri,
abbi almeno pietà degli altri Achei
là nelle tende costernati e chiusi,
che t'avranno qual nume, ed alle stelle
la tua gloria alzeran. Vien dunque, e spegni
questo Ettòr che furente a te si para,
e vanta che nessun di quanti Achivi
qua navigaro, di valor l'eguaglia.
Divino senno, Laerzìade Ulisse,
rispose Achille, senza velo, e quali
il cor li detta e proveralli il fatto,
m'è d'uopo palesar dell'alma i sensi,
onde cessiate di garrirmi intorno.
Odio al par della porte atre di Pluto
colui ch'altro ha sul labbro, altro nel core:
ma ben io dirò netto il mio pensiero.
Né il grande Atride Agamennón, né alcuno
me degli Achivi piegherà. Qual prezzo,
qual ricompensa delle assidue pugne?
Di chi poltrisce e di chi suda in guerra
qui s'uguaglia la sorte: il vile usurpa
se troiano od acheo, mal tu sapresti
discernere, sì fervido ei trascorre
il campo tutto; simile alla piena
di tumido torrente che cresciuto
dalle piogge di Giove, ed improvviso
precipitando i saldi ponti abbatte
debil freno alle fiere onde, e de' verdi
campi i ripari rovesciando, ingoia
con fragor le speranze e le fatiche
de' gagliardi coloni: a questa guisa
sgominava il Tidìde e dissipava
le caterve de' Troi, che sostenerne
non potean, benché molti, la ruina.
Come Pandaro il vide sì furente
scorrere il campo, e tutte a sé dinanzi
scompigliar le falangi, alla sua mira
curvò subito l'arco, e l'irruente
eroe percosse alla diritta spalla.
Entrò pel cavo dell'usbergo il crudo
strale, e forollo, e il sanguinò. Coraggio,
forte allora gridò l'inclito figlio
di Licaon, magnanimi Troiani,
stimolate i cavalli, ritornate
alla pugna. Ferito è degli Achei
il più forte guerrier, né credo ei possa
a lungo tollerar l'acerbo colpo,
se vano feritor non mi sospinse
qua dalla Licia il re dell'arco Apollo.
Così gridava il vantator. Ma domo
non restò da quel colpo Dïomede,
che ritraendo il passo, e de' cavalli
coprendosi e del cocchio, al suo fedele
Capaneìde si rivolse, e disse:
Corri, Stènelo mio, scendi dal carro,
e dall'omero tosto mi divelli
questo acerbo quadrel. - Diè un salto a terra
Stènelo e corse, e l'aspro stral gli svelse
dall'omero trafitto. Per la maglia
dell'usbergo spicciava il caldo sangue,
e imperturbato sì l'eroe pregava:
Invitta figlia dell'Egìoco Giove,
se nelle ardenti pugne unqua a me fosti
del tuo favor cortese e al mio gran padre,
odimi, o Dea Minerva, ed or di nuovo
m'assisti, e al tiro della lancia mia
manda il mio feritor: dammi ch'io spegna
questo ventoso nebulon che grida
ch'io del Sol non vedrò più l'aurea luce.
Udì la Diva il prego, e a lui repente
e mani e piedi e tutta la persona
agile rese, e fattasi vicina
e manifesta disse: Ti rinfranca
Dïomede, e co' Troi pugna securo;
ch'io del tuo grande genitor Tidèo
l'invitta gagliardìa ti pongo in petto,
e la nube dagli occhi ecco ti sgombro
che la vista mortal t'appanna e grava,
onde tu ben discerna le divine
e l'umane sembianze. Ove alcun Dio
qui ti venga a tentar, tu con gli Eterni
non cimentarti, no; ma se in conflitto
vien la figlia di Giove Citerea,
l'acuto ferro adopra, e la ferisci.
Sparve, ciò detto, la cerulea Diva.
Allor diè volta e si mischiò tra' primi
combattenti il Tidìde, a pugnar pronto
più che prima d'assai; ché in quel momento
triplice in petto si sentì la forza.
Come lïon che, mentre il gregge assalta,
ferito dal pastor, ma non ucciso,
vie più s'infuria, e superando tutte
resistenze si slancia entro l'ovile:
derelitte, tremanti ed affollate
l'una addosso dell'altra si riversano
le pecorelle, ed ei vi salta in mezzo
con ingordo furor: tal dentro ai Teucri
diede il forte Tidìde. A prima giunta
Astìnoo uccise ed Ipenòr: trafisse
l'uno coll'asta alla mammella; all'altro
la paletta dell'omero percosse
con tale un colpo della grande spada,
che gli spiccò dal collo e dalla schiena
l'omero netto. Dopo questi addosso
ad Abante si spicca e a Poliido,
figli del veglio interprete di sogni
Euridamante; ma il meschin non seppe
nella lor dipartenza a questa volta
divinarne il destin, ch'ambi il Tidìde
li pose a morte e li spogliò. Drizzossi
quindi a Xanto e Faon figli a Fenopo,
ambo a lui nati nell'età canuta.
In amara vecchiezza il derelitto
genitor si struggea, ché d'altra prole,
cui sua reda lasciar, lieto non era.
Gli spense ambo il Tidìde, e lor togliendo
la cara vita, in aspre cure e in pianti
pose il misero padre, a cui negato
fu il vederli tornar dalla battaglia
salvi al suo seno; e di lui morto in lutto
ignoti eredi si partîr l'avere.
dai teucri duci esplorator spedito
del nostro campo. - Così detto, spinse
giubilando oltre il fosso i corridori,
e festeggianti lo seguîr gli Achivi.
Giunto al suo regio padigion, legolli
con salda briglia alle medesme greppie
ove dolci pascen biade i corsieri
Dïomedèi. Ulisse all'alta poppa
le spoglie di Dolon sospende, e a Palla
prepararsi comanda un sacrificio.
Tersero quindi entrambi alla marina
l'abbondante sudor, gambe lavando
e collo e fianchi. Riforbito il corpo
e ricreato il cor, si ripurgaro
nei nitidi lavacri. Indi odorosi
di pingue oliva si sedeano a mensa
pieni i nappi votando, ed a Minerva
libando di Lïèo l'almo licore.

Libro Undecimo
Dal croceo letto di Titon l'Aurora
sorgea, la terra illuminando e il cielo,
e vêr le navi achee Giove spedìa
la Discordia feral. Scotea di guerra
l'orrida insegna nella man la Dira,
e tal d'Ulisse s'arrestò su l'alta
capitana che posta era nel mezzo,
donde intorno mandar potea la voce
fin d'Aiace e d'Achille al padiglione,
che nella forza e nel gran cor securi
sottratte ai lati estremi avean le prore.
Qui ferma d'un acuto orrendo grido
empì l'achive orecchie, e tal ne' petti
un vigor suscitò, tale un desìo
di pugnar, d'azzuffarsi e di ferire,
che sonava nel cor dolce la guerra
più che il ritorno al caro patrio lido.
Alza Atride la voce, e a tutti impone
di porsi in tutto punto; e d'armi ei pure
folgoranti si veste. E pria circonda
di calzari le gambe ornati e stretti
d'argentee fibbie. Una lorica al petto
quindi si pon che Cinira gli avea
un dì mandata in ospital presente.
Perocché quando strepitosa in Cipro
corse la fama che l'achiva armata
verso Troia spiegar dovea le vele,
gratificar di quell'usbergo ei volle
l'amico Agamennón. Di bruno acciaro
dieci strisce il cingean, dodici d'oro,
venti di stagno. Lubrici sul collo
stendon le spire tre cerulei draghi
simiglianti alle pinte iri che Giove
suol nelle nubi colorar, portento
ai parlanti mortali. Indi la spada
agli omeri sospende rilucente
d'aurate bolle, e la vestìa d'argento
larga vagina col pendaglio d'oro.
Poi lo scudo imbracciò che vario e bello
e di facil maneggio tutto cuopre
il combattente. Ha dieci fasce intorno
di bronzo, e venti di forbito stagno
candidissimi colmi, e un altro in mezzo
di bruno acciar. Su questo era scolpita
terribile gli sguardi la Gorgone
col Terrore da lato e con la Fuga,
rilievo orrendo. Dallo scudo poscia
una gran lassa dipendea d'argento,
lungo la quale azzurro e sinuoso
serpe un drago a tre teste, che ritorte
d'una sola cervice eran germoglio.
Quindi al capo diè l'elmo adorno tutto
di lucenti chiavelli, irto di quattro
coni e d'equine setole con una
superba cresta che di sopra ondeggia
terribilmente. Alfin due lance impugna
massicce, acute, le cui ferree punte
mettean baleni di lontano. Intanto
Giuno e Palla onorando il grande Atride
dier di sua mossa con fragore il segno.
All'auriga ciascuno allor comanda
che parati in bell'ordine sostegna
alla fossa i destrier, mentre a gran passi
chiuse nell'armi le pedestri schiere
procedono al nemico. Ancor non vedi
spuntar l'aurora, e d'ogni parte immenso
romor già senti. Come tutto giunse
l'esercito alla fossa, immantinente
fur cavalli e pedoni in ordinanza,
questi primieri e quei secondi. Intanto
Giove dall'alto romoreggia, e piove
di sangue una rugiada, annunziatrice
delle molte che all'Orco in quel conflitto
anime generose avrìa sospinto.
D'altra parte i Troiani in su l'altezza
si schierano del poggio. In mezzo a loro
s'affaccendano i duci; il grande Ettorre,
d'Anchise il figlio che venìa qual nume
da' Troiani onorato, il giusto e pio
Polidamante, e i tre antenòrei figli,
Scagliò l'asta, ciò detto, ed un guerriero
percosse de' primai, commilitone
del magnanimo Enea, Dëicoonte,
di Pèrgaso figliuol tenuto in pregio
dai Teucri al paro che di Priamo i figli,
perché presto a pugnar sempre tra' primi.
Colpillo Atride nell'opposto scudo
che difesa non fece. Trapassollo
tutto la lancia, e per lo cinto all'imo
ventre discese. Strepitoso ei cadde,
e l'armi rimbombâr sovra il caduto.
Enea diè morte di rincontro a due
valentissimi, Orsiloco e Cretone,
figli a Dïòcle, della ben costrutta
città di Fere un ricco abitatore.
Scendea costui dal fiume Alfeo che largo
la pilia terra di bell'acque inonda:
Alfèo produsse Orsiloco di molte
genti signore, Orsiloco Dïòcle,
e Dïòcle costor, mastri di guerra
d'un sol parto acquistati. Aveano entrambi
già fatti adulti navigato a Troia
per onor degli Atridi, e qui la vita
entrambi terminâr. Quai due leoni,
cui la madre sul monte entro i recessi
d'alto speco educò, fan ruba e guasto
delle mandre, de' greggi e delle stalle,
finché dal ferro de' pastor raggiunti
caggiono anch'essi; e tali allor dall'asta
d'Enea percossi caddero costoro
col fragor di recisi eccelsi abeti.
Strinse pietà dei due caduti il petto
del prode Menelao, che tosto innanzi
si spinse di lucenti armi vestito
l'asta squassando. E Marte, che domarlo
per man d'Enea fa stima, il cor gli attizza.
Del magnanimo Nestore il buon figlio
Antiloco osservollo, e un qualche danno
paventando all'Atride, un qualche grave
storpio all'impresa degli Achei, processe
nell'antiguardo. Già s'aveano incontro
abbassate le picche i due campioni
pronti a ferir, quando d'Atride al fianco
Antiloco comparve: e di due tali
viste le forze in un congiunte, Enea,
benché prode guerriero, retrocesse.
Trassero questi tra gli Achei gli estinti
Orsiloco e Cretone, e d'ambedue
le miserande spoglie in man deposte
degli amici, dier volta, e nella pugna
novellamente si mischiâr tra' primi.
Fu morto il duce allor de' generosi
scudati Paflagoni, il marziale
Pilemene. Il ferì d'asta alla spalla
l'Atride Menelao. Lo suo sergente
ed auriga Midon, gagliardo figlio
d'Antimnio, cadde per la man d'Antiloco.
Dava questo Midon, per via fuggirsi,
la volta al cocchio. Antiloco nel pieno
del cubito il ferì con tale un colpo
di sasso, che gittògli al suol le belle
eburnee briglie. Gli fu tosto sopra
il feritor col brando, e su la tempia
d'un dritto l'attastò, che giù dal carro
lo travolse, e ficcògli nella sabbia
testa e spalle. Anelante in quello stato
ei restossi gran pezza, ché profondo
era il sabbion; finché i destrier del tutto
lo riversâr calpesto nella polve.
Diè lor di piglio Antiloco, e veloce
col flagello li spinse al campo acheo.
Com'Ettore di mezzo all'ordinanze
vide lor prove, impetuoso mosse
con alte grida ad investirli, e dietro
de' Teucri si traea le forti squadre
cui Marte è duce e la feral Bellona.
Bellona in compagnìa vien dell'orrendo
tumulto della zuffa; e Marte in pugno
palleggia un'asta smisurata, e or dietro
or davanti cammina al grande Ettorre.
Turbossi a quella vista il bellicoso
Tidìde; e quale della strada ignaro
vïator che trascorsa un'ampia landa
giunge a rapido fiume che mugghiante
l'onda del mar devolve, e visto il flutto
che freme e spuma, di fuggir s'affretta
l'orme sue ricalcando: a questa guisa
retrocesse il Tidìde, e al suo drappello
volgendo le parole: Amici, ei disse,
qual fia stupor se forte d'asta e audace
combattente si mostra il duce Ettorre?
Sempre al fianco gli viene un qualche iddio
che alla morte l'invola; ed or lo stesso
Marte in sembianza d'un mortal l'assiste.
Non vogliate attaccar dunque co' numi
ostinata contesa, e date addietro,
ma col viso ognor vòlto all'inimico.
Mentr'egli sì dicea, scagliârsi i Teucri
addosso alla sua schiera. E quivi Ettorre
a morte mise due guerrier, nell'armi
Al primo scontro lo colpì nel petto
su la destra mammella, e la ferrata
punta pel tergo riuscir gli fece.
Cadde il garzone nella polve a guisa
di liscio pioppo su la sponda nato
d'acquidosa palude: a lui de' rami
già la pompa crescea, quando repente
colla fulgida scure lo recise
artefice di carri, e inaridire
lungo la riva lo lasciò del fiume,
onde poscia foggiarne di bel cocchio
le volubili rote: così giacque
l'Antemide trafitto Simoesio,
e tale dispogliollo il grande Aiace.
Contro Aiace l'acuta asta diresse
d'infra le turbe allor di Priamo il figlio
Antifo, e il colpo gli fallì; ma colse
nell'inguine il fedel d'Ulisse amico
Leuco che già di Simoesio altrove
traea la salma; e accanto al corpo esangue,
che di man gli cadea, cadde egli pure.
Forte adirato dell'ucciso amico
si spinse Ulisse tra gl'innanzi, tutto
scintillante di ferro, e più dappresso
facendosi, e dintorno il guardo attento
rivolgendo, librò l'asta lucente.
Si misero a quell'atto in guardia i Teucri,
e lo cansâr; ma quegli il telo a vôto
non sospinse, e ferì Democoonte,
Priamide bastardo che d'Abido
con veloci puledre era venuto.
A costui fulminò l'irato Ulisse
nelle tempie la lancia; e trapassolle
la ferrea punta. Tenebrârsi i lumi
al trafitto che cadde fragoroso,
e cupo gli tonâr l'armi sul petto.
Rinculò de' Troiani, al suo cadere,
la fronte, rinculò lo stesso Ettorre;
dier gli Argivi alte grida, ed occupati
i corpi uccisi, s'avanzâr di punta.
Dalla rocca di Pergamo mirolli
sdegnato Apollo, e rincorando i Teucri
con gran voce gridò: Fermo tenete,
valorosi Troiani, ed agli Achei
non cedete l'onor di questa pugna,
ché né pietra né ferro è la lor pelle
da rintuzzar delle vostr'armi il taglio.
Non combatte qui, no, della leggiadra
Tétide il figlio: non temete; Achille
stassi alle navi a digerir la bile.
Così dall'alto della rocca il Dio
terribile sclamò. Ma la feroce
Palla, di Giove glorïosa figlia,
discorrendo le file inanimava
gli Achivi, ovunque li vedea rimessi.
Qui la Parca allacciò l'Amarancìde
Dïore. Un'aspra e quanto cape il pugno
grossa pietra il percosse alla diritta
tibia presso il tallone, e feritore
fu l'Imbraside Piro che de' Traci
condottiero dall'Eno era venuto.
Franse ambidue li nervi e la caviglia
l'improbo sasso, ed ei cadde supino
nella sabbia, e mal vivo ambo le mani
ai compagni stendea. Sopra gli corse
il percussore, e l'asta in mezzo all'epa
gli cacciò. Si versâr tutte per terra
le intestina, e mortale ombra il coperse.
All'irruente Piro allor l'Etòlo
Toante si rivolge; e lui nel petto
con la lancia ferendo alla mammella
nel polmon gliela ficca. Indi appressato
gliela sconficca dalla piaga; e in pugno
stretta l'acuta spada glie l'immerse
nella ventraia, e gli rapìo la vita;
l'armi non già, ché intorno al morto Piro
colle lungh'aste in pugno irti di ciuffi
affollârsi i suoi Traci, e il chiaro Etòlo,
benché grande e gagliardo, allontanaro
sì che a forza respinto si ritrasse.
Così l'uno appo l'altro nella polve
giacquero i due campioni, il tracio duce,
e il duce degli Epei. Dintorno a questi
molt'altri prodi ritrovâr la morte.
Chi da ferite illeso, e da Minerva
per man guidato, e preservato il petto
dal volar degli strali, avvolto in mezzo
alla pugna si fosse, avrìa le forti
opre stupito degli eroi, ché molti
e Troiani ed Achivi nella polve
giacquer proni e confusi in quel conflitto.

Libro Quinto
Allor Palla Minerva a Dïomede
forza infuse ed ardire, onde fra tutti
gli Achei splendesse glorïoso e chiaro.
Lampi gli uscìan dall'elmo e dallo scudo
d'inestinguibil fiamma, al tremolìo
simigliante del vivo astro d'autunno,
che lavato nel mar splende più bello.
i fiocchi della neve, allorché Giove
versa incessante, addormentati i venti,
i suoi candidi nembi, e l'alte cime
delle montagne inalba e i campi erbosi,
e i pingui seminati e i porti e i lidi:
l'onda sola del mar non soffre il velo
delle fioccanti falde onde il celeste
nembo ricopre delle cose il volto;
tale allor densa di volanti sassi
la tempesta piovea quinci da' Teucri
scagliata e quindi dagli Achivi; e immenso
sorgea rumor per tutto il lungo muro.
Ma né i Troiani né l'illustre Ettorre
n'avrìan le porte spezzato e le sbarre,
se alfin contro gli Achei non incitava
Giove l'ardir del figlio Sarpedonte,
quale in mandra di buoi fiero lïone.
Imbracciossi l'eroe subitamente
il bel rotondo scudo, ricoperto
di ben condotto sottil bronzo, e dentro
v'avea l'industre artefice cucito
cuoi taurini a più doppi, e orlato intorno
d'aurea verga perenne il cerchio intero.
Con questo innanzi al petto, e nella destra
due lanciotti vibrando, incamminossi
qual montano lïon che, stimolato
da lunga fame e dal gran cor, l'assalto
tenta di pieno ben munito ovile;
e quantunque da' cani e da' pastori
tutti sull'armi custodito il trovi,
senza prova non soffre esser respinto
dal pecorile, ma vi salta in mezzo
e vi fa preda, o da veloce telo
di man pronta riceve aspra ferita:
tale il divino Sarpedon dal forte
suo cor quel muro ad assalir fu spinto
e a spezzarne i ripari. E volto a Glauco
d'Ippoloco figliuol, Glauco, gli disse,
perché siam noi di seggio, e di vivande
e di ricolme tazze innanzi a tutti
nella Licia onorati ed ammirati
pur come numi? Ond'è che lungo il Xanto
una gran terra possediam d'ameno
sito, e di biade fertili e di viti?
Certo acciocché primieri andiam tra' Licii
nelle calde battaglie, onde alcun d'essi
gridar s'intenda: Glorïosi e degni
son del comando i nostri re: squisita
è lor vivanda, e dolce ambrosia il vino,
ma grande il core, e nella pugna i primi.
Se il fuggir dal conflitto, o caro amico,
ne partorisse eterna giovinezza,
non io certo vorrei primo di Marte
i perigli affrontar, ned invitarti
a cercar gloria ne' guerrieri affanni.
Ma mille essendo del morir le vie,
né scansar nullo le potendo, andiamo:
noi darem gloria ad altri, od altri a noi.
Disse, né Glauco si ritrasse indietro,
né ritroso il seguì. Con molta mano
dunque di Licii s'avviâr. Li vide
rovinosi e diritti alla sua torre
affilarsi il Petìde Menestèo,
e sgomentossi. Girò gli occhi intorno
fra gli Achivi spïando un qualche duce
che lui soccorra e i suoi compagni insieme.
Scorge gli Aiaci che indefessi e fermi
sostenean la battaglia, e avean dappresso
Teucro pur dianzi della tenda uscito.
Ma non potea far loro a verun modo
le sue grida sentir, tanto è il fragore
di che l'aria rimbomba alle percosse
degli scudi, degli elmi e delle porte
tutte a un tempo assalite, onde spezzarle
e spalancarle. Immantinente ei dunque
manda ad Aiace il banditor Toota,
e, Va, gli dice, illustre araldo, vola,
chiama gli Aiaci, chiamali ambedue,
ché questo è il meglio in sì grand'uopo. Un'alta
strage qui veggo già imminente. I duci
del licio stuol con tutta la lor possa
qua piombano, e mostrâr già in altro incontro
ch'elli son nelle zuffe impetuosi.
S'ambo gli eroi ch'io chiedo, in gran travaglio
si trovano di guerra, almen ne vegna
il forte Aiace Telamònio, e il segua
Teucro coll'arco di ferir maestro.
Corse l'araldo obbediente, e ratto
per la lunga muraglia traversando
le file degli Achei, giunse agli Aiaci,
e con preste parole, Aiaci, ei disse,
incliti duci degli Argivi, il caro
nobile figlio di Petèo vi prega
d'accorrere veloci, ed aitarlo
alcun poco nel rischio in che si trova.
Prègavi entrambi per lo meglio. Un'alta
strage gli è sopra: perocché di tutta
forza si vanno a rovesciar sovr'esso
i licii capitani, e di costoro
l'impeto è noto nel pugnar. Se voi
e portante il terror ne' petti argivi.
Come il vide vicin fe' lieto il core
Sarpedonte, e con voce lamentosa:
Generoso Prïamide, dicea,
non lasciarmi giacer preda al nemico:
mi soccorri, e la vita m'abbandoni
nella vostra città, poiché m'è tolto
il tornarmi al natìo dolce terreno,
e d'allegrezza spargere la mia
diletta moglie e il pargoletto figlio.
Non rispose l'eroe; ma desïoso
di vendicarlo e ricacciar gli Achivi
colla strage di molti, oltre si spinse.
In questo mezzo la pietosa cura
de' compagni adagiò sotto un bel faggio
a Giove sacro Sarpedonte, e il telo
dalla piaga gli svelse il valoroso
diletto amico Pelagon. Nell'opra
svenne il ferito, e s'annebbiò la vista;
ma l'aura boreal, che fresca intorno
ventavagli, tornò ne' primi uffici
della vita gli spirti; e nell'anelo
petto affannoso ricreògli il core.
Da Marte intanto e dall'ardente Ettorre
assaliti gli Achei né paurosi
verso le navi si fuggìan, né arditi
farsi innanzi sapean. Ma quando il grido
corse tra lor che Marte era co' Teucri,
indietro si piegâr sempre cedendo.
Or chi prima, chi poi fu l'abbattuto
dal ferreo Marte e dall'audace Ettorre?
Teutrante che sembianza avea d'un Dio,
l'agitatore di cavalli Oreste,
il vibrator di lancia Etolio Treco,
e l'Enopide Elèno, ed Enomào,
e d'armi adorno di color diverso
Oresbio che a far d'oro alte conserve
posto il pensier, tenea suo seggio in Ila
appo il lago Cefisio ov'altri assai
opulenti Beozi avean soggiorno.
Tale e tanta d'Achivi occisïone
Giuno mirando, a Pallade si volse,
e con preste parole: Ohimè! le disse,
invitta figlia dell'Egìoco Giove,
se libera lasciam dell'omicida
Marte la furia, indarno a Menelao
noi promettemmo dell'iliache torri
la caduta, e felice il suo ritorno.
Or via, scendiamo, e di valor noi pure
facciam prova laggiù. Disse, e Minerva
tenne l'invito. Allor la veneranda
Saturnia Giuno ad allestir veloce
corse i d'oro bardati almi destrieri.
Immantinente al cocchio Ebe le curve
ruote innesta. Un ventaglio apre ciascuna
d'otto raggi di bronzo, e si rivolve
sovra l'asse di ferro. Il giro è tutto
d'incorruttibil oro, ma di bronzo
le salde lame de' lor cerchi estremi.
Maraviglia a veder! Son puro argento
i rotondi lor mozzi, e vergolate
d'argento e d'ôr del cocchio anco le cinghie
con ambedue dell'orbe i semicerchi,
a cui sospese consegnar le guide.
Si dispicca da questo e scorre avanti
pur d'argento il timone, in cima a cui
Ebe attacca il bel giogo e le leggiadre
pettiere; e queste parimenti e quello
d'auro sono contesti. Desïosa
Giuno di zuffe e del rumor di guerra,
gli alipedi veloci al giogo adduce.
Né Minerva s'indugia. Ella diffuso
il suo peplo immortal sul pavimento
delle sale paterne, effigïato
peplo, stupendo di sua man lavoro,
e vestita di Giove la corazza,
di tutto punto al lagrimoso ballo
armasi. Intorno agli omeri divini
pon la ricca di fiocchi Egida orrenda,
che il Terror d'ogn'intorno incoronava.
Ivi era la Contesa, ivi la Forza,
ivi l'atroce Inseguimento, e il diro
Gorgonio capo, orribile prodigio
dell'Egìoco signore. Indi alla fronte
l'aurea celata impone irta di quattro
eccelsi coni, a ricoprir bastante
eserciti e città. Tale la Diva
monta il fulgido cocchio, e l'asta impugna
pesante, immensa, poderosa, ond'ella
intere degli eroi le squadre atterra
irata figlia di potente iddio.
Giuno, al governo delle briglie, affretta
col flagello i corsieri. Cigolando
per sé stesse s'aprîr l'eteree porte
custodite dall'Ore a cui commessa
del gran cielo è la cura e dell'Olimpo,
onde serrare e disserrar la densa
nube che asconde degli Dei la sede.
Per queste porte dirizzâr le Dive
i docili cavalli, e ritrovaro
M'odi adunque: mandato a te son io
da Giove che dal ciel di te pensiero
prende e pietate. Ei tutte ti comanda
armar le truppe de' chiomati Achei,
ché di Troia il conquisto oggi è maturo;
poiché di Giuno il supplicar compose
la discordia de' numi, e grave ai Teucri
danno sovrasta per voler di Giove.
Tu di Giove il comando in cor riponi.
Sparve, ciò detto, e quel mio dolce sonno
m'abbandonò. La guisa or noi di porre
gli Achivi in arme esaminiam. Ma pria
giovi con finto favellar tentarne,
fin dove lice, i sentimenti. Io dunque
comanderò che su le navi ognuno
si disponga alla fuga, e sparsi ad arte
voi l'impedite con opposti accenti.
Così detto s'assise. In piè rizzossi
dell'arenosa Pilo il regnatore
Nestore, e saggio ragionando disse:
O amici, o degli Achei principi e duci,
s'altro qualunque Argivo un cotal sogno
detto n'avesse, un menzogner l'avremmo,
e spregeremmo: ma lo vide il sommo
capo del campo. A risvegliar si corra
dunque l'acheo valore. - E sì dicendo
usciva il vecchio dal consiglio, e tutti
surti in piè lo seguìan gli altri scettrati
del re supremo ossequiosi. Intanto
il popolo accorrea. Quale dai fori
di cava pietra numeroso sbuca
lo sciame delle pecchie, e succedendo
sempre alle prime le seconde, volano
sui fior di aprile a gara, e vi fan grappolo
altre di qua affollate, altre di là;
così fuor delle navi e delle tende
correan per l'ampio lido a parlamento
affollate le turbe, e le spronava
l'ignea Fama, di Giove ambasciatrice.
Si congregaro alfin. Tumultuoso
brulicava il consesso, ed al sedersi
di tante genti il suol gemea di sotto.
Ben nove araldi d'acchetar fean prova
quell'immenso frastuono, alto gridando:
Date fine ai clamori, udite i regi,
udite, Achivi, del gran Dio gli alunni.
Sostârsi alfine: ne' suoi seggi ognuno
si compose, e cessò l'alto fragore.
Allor rizzossi Agamennón stringendo
lo scettro, esimia di Vulcan fatica.
Diè pria Vulcano quello scettro a Giove,
e Giove all'uccisor d'Argo Mercurio;
questi a Pelope auriga, esso ad Atrèo;
Atrèo morendo al possessor di pingui
greggi Tieste, e da Tieste alfine
nella destra passò d'Agamennóne,
che poi sovr'Argo lo distese, e sopra
isole molte. A questo il grande Atride
appoggiato, sì disse: Amici eroi,
Dànai, di Marte bellicosi figli,
in una dura e perigliosa impresa
Giove m'avvolse, Iddio crudel, che prima
mi promise e giurò delle superbe
iliache mura la conquista, e in Argo
glorioso il ritorno. Or mi delude
indegnamente, e dopo tante in guerra
vite perdute, di tornar m'impone
inonorato alle paterne rive.
Del prepotente Iddio questo è il talento,
di lui che nell'immensa sua possanza
già di molte città l'eccelse rocche
distrusse, e molte struggeranne ancora.
Ma qual onta per noi appo i futuri
che contra minor oste un tale e tanto
esercito di forti una sì lunga
guerra guerreggi; e non la cómpia ancora?
Certo se tutti convocati insieme
salda pace a giurar Teucri ed Achivi,
e di questi e di quei levato il conto,
ad ogni dieci Achivi un Teucro solo
mescer dovesse di lïeo la spuma,
molte decurie si vedrìan chiedenti
con labbro asciutto il mescitor: cotanto
maggior de' Teucri cittadini estimo
il numero de' nostri. Ma li molti
da diverse città raccolti e scesi
in lor sussidio bellicosi amici
duro intoppo mi fanno, e a mio dispetto
mi vietano espugnar d'Ilio le mura.
Già del gran Giove il nono anno si volge
da che giungemmo, e già marciti i fianchi
son delle navi, e logore le sarte;
e le nostre consorti e i cari figli
desïando ne stanno e richiamando
nelle vedove case. E noi l'impresa
che a queste sponde ne condusse, ancora
consumar non sapemmo. Al vento adunque,
diamo al vento le vele, io vel consiglio,
alla dolce fuggiam terra natìa
di concorde voler, ché disperata
Libro Quarto
Nell'auree sale dell'Olimpo accolti
intorno a Giove si sedean gli Dei
a consulta. Fra lor la veneranda
Ebe versava le nettaree spume,
e quelli a gara con alterni inviti
l'auree tazze vôtavano mirando
la troiana città. Quand'ecco il sommo
Saturnio, inteso ad irritar Giunone,
con un obliquo paragon mordace
così la punse: Due possenti Dive
aiutatrici ha Menelao, l'Argiva
Giuno e Minerva Alalcomènia. E pure
neghittose in disparte ambo si stanno
sol del vederlo dilettate. Intanto
fida al fianco di Paride l'amica
del riso Citerea lungi respinge
dal suo caro la Parca; e dianzi, in quella
ch'ei morto si tenea, servollo in vita.
Rimasta è al forte Menelao la palma;
ma l'alto affar non è compiuto, e a noi
tocca il condurlo, e statuir se guerra
fra le due genti rinnovar si debba,
od in pace comporle. Ove la pace
tutti appaghi gli Dei, stia Troia, e in Argo
con la consorte Menelao ritorni.
Strinser, fremendo a questo dir, le labbia
Giuno e Minerva, che vicin sedute
venìan de' Teucri macchinando il danno.
Quantunque al padre fieramente irata
tacque Minerva e non fiatò. Ma l'ira
non contenne Giunone, e sì rispose:
Acerbo Dio, che parli? A far di tante
armate genti accolta, alla ruïna
di Priamo e de' suoi figli, ho stanchi i miei
immortali corsieri; e tu pretendi
frustrar la mia fatica, ed involarmi
de' miei sudori il frutto? Eh ben t'appaga;
ma di noi tutti non sperar l'assenso.
Feroce Diva, replicò sdegnoso
l'adunator de' nembi, e che ti fêro,
e Priamo e i Priamìdi, onde tu debba
voler sempre di Troia il giorno estremo?
La tua rabbia non fia dunque satolla
se non atterri d'Ilïon le porte,
e sull'infrante mura non ti bevi
del re misero il sangue e de' suoi figli
e di tutti i Troiani? Or su, fa come
più ti talenta, onde fra noi sorgente
d'acerbe risse in avvenir non sia
questo dissidio: ma riponi in petto
le mie parole. Se desìo me pure
prenderà d'atterrar qualche a te cara
città, non porre a' miei disdegni inciampo,
e liberi li lascia. A questo patto
Troia io pur t'abbandono, e di mal cuore;
ché, di quante città contempla in terra
l'occhio del sole e dell'eteree stelle,
niuna io m'aggio più cara ed onorata
come il sacro Ilïone e Priamo e tutta
di Priamo pur la bellicosa gente:
perocché l'are mie per lor di sacre
opìme dapi abbondano mai sempre,
e di libami e di profumi, onore
solo alle dive qualità sortito.
Compose a questo dir la veneranda
Giuno gli sguardi maestosi, e disse:
Tre cittadi sull'altre a me son care
Argo, Sparta, Micene; e tu le struggi
se odiose ti sono. A lor difesa
né man né lingua moverò; ché quando
pure impedir lo ti volessi, indarno
il tentarlo uscirìa, sendo d'assai
tu più forte di me. Ma dritto or parmi
che tu vano non renda il mio disegno,
ch'io pur son nume, e a te comune io traggo
l'origine divina, io dell'astuto
Saturno figlia, e in alto onor locata,
perché nacqui sorella e perché moglie
son del re degli Dei. Facciam noi dunque
l'un dell'altro il volere, e il seguiranno
